Farmaci e cibo: equilibrio instabile

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Il cibo, e in particolare i suoi costituenti, può avere degli effetti anche importanti sull’assorbimento e più in generale sull’azione terapeutica dei farmaci dopo somministrazione orale, effetti di cui bisogna quindi tenere conto nella contemporanea assunzione.

Tramite meccanismi a volte complessi il cibo, infatti, può provocare conseguenze variabili e spesso imprevedibili sui farmaci: la loro conoscenza costituisce un aspetto non trascurabile per l’approccio terapeutico. In genere la maggior parte delle informazioni su possibili interazioni farmaco-cibo che ne condizionano l’efficacia terapeutica è riportata sul foglietto illustrativo assieme a tutta una serie di informazioni sul farmaco stesso: composizione, indicazioni terapeutiche, modalità di assunzione, effetti collaterali, controindicazioni, avvertenze…

Le interazioni farmaco-cibo vanno valutate attentamente in particolare nei pazienti anziani per i quali spesso patologie croniche costringono alla quotidiana assunzione di più farmaci.

Uno degli esempi più importanti di interazioni farmaco-cibo è la contemporanea assunzione di Warfarin (noto farmaco anticoagulante) con cibi ricchi di vitamina K come verdure a foglia larga, asparagi, broccoli… Questi cibi possono ridurre o addirittura annullare l’azione del farmaco. Così pure deve essere valutato attentamente l’utilizzo di ginseng o ginko-biloba: in presenza di Warfarin il primo ne riduce l’effetto, mentre il secondo ne potenzia l’azione.

Cibi particolarmente ricchi di grassi rallentano lo svuotamento gastrico, per cui l’assorbimento di un farmaco ne viene rallentato come, di conseguenza, la sua azione. È questo il caso di comuni broncodilatatori come il salbutamolo e la teofillina.

Il latte può influenzare l’azione di compresse gastro-resistenti che come indica il nome, dovrebbero passare inalterate il distretto gastrico e solubilizzarsi nell’intestino; il latte alzando il pH dello stomaco ne provoca una dissoluzione precoce e quindi un alterato assorbimento e una azione gastrolesiva del farmaco stesso. Il latte, inoltre, per la sua elevata concentrazione di calcio può interagire con alcuni antibiotici come chinolonici e tetracicline, riducendone drasticamente l’assorbimento.

Esiste poi una categoria di farmaci chiamata Difosfonati usati nella cura dell’osteoporosi per i quali l’assorbimento risulta essere alterato da qualsiasi cibo o bevanda all’infuori dell’acqua. Ecco il motivo per cui essi devono venire somministrati a digiuno con un bel bicchiere d’acqua; inoltre poiché questi farmaci hanno una importante azione lesiva sulla mucosa gastro-esofagea viene consigliato di mantenere una postura eretta per almeno 30 minuti dopo assunzione.

Il succo di pompelmo, bevanda spesso utilizzata anche in regimi ipocalorici in quanto ne è stata dimostrata la sua efficacia in termini di perdita di peso, può ridurre il metabolismo di molti farmaci e di conseguenza potenziarne l’effetto. Il sovradosaggio può essere potenzialmente molto pericoloso per esempio in presenza di farmaci comunemente usati nelle aritmie cardiache come l’amiodarone, per il controllo della pressione come il verapamile, o utilizzati per abbassare i livelli di colesterolo come le statine. Un bicchiere pieno di spremuta sembra sufficiente per causare interazioni significative, ma, ovvio, che è la co-assunzione per giorni la causa dei casi più gravi riportati in letteratura.

Da ultimo gli ACE-inibitori, comuni farmaci antiipertensivi poiché tendono a trattenere potassio, non dovrebbero venire assunti assieme ad altri integratori di potassio o a sostituti del sale in quanto si avrebbe un pericoloso aumento del potassio ematico.

Per alcuni farmaci esistono delle precise indicazioni da rispettare in rapporto ai pasti: se la loro biodisponibilità aumenta verranno consigliati ai pasti, è questo il caso degli ACE-inibitori ricordati sopra; se viene ridotta sarà preferibile assumerli a digiuno. In taluni casi la scelta di somministrare il farmaco a stomaco pieno è dettata dalla necessità di ritardarne l’assorbimento e quindi la comparsa dell’azione o ancora di ridurne gli effetti irritanti a carico della mucosa gastrica.

L’ormone Levotiroxina, utilizzato nella cura dell’ipotiroidismo viene consigliato almeno mezz’ora prima di colazione in quanto il cibo ma anche caffè, fibre e soia, ne riducono l’assorbimento e quindi l’effetto terapeutico.

Anche l’antibiotico Azitromicina subisce l’influenza negativa del cibo. Studi clinici hanno dimostrato che la presenza di cibo riduce anche del 43% la sua biodisponibilità.

Viceversa ci sono anche farmaci che vantano un assorbimento migliore in presenza di cibo. È il caso dei diuretici, di antiepilettici, della maggior parte degli antimicotici.

Un gran numero di molecole della famiglia delle statine usate nelle ipercolesterolemie, funziona meglio se assunte dopo il pasto, meglio quello serale perché il fegato durante il sonno produce più colesterolo.

Altre volte la somministrazione di un farmaco a stomaco pieno è dettata dall’esigenza di evitare dei pericolosi picchi ematici caratteristici dell’assunzione a digiuno, si pensi ad esempio ai beta-bloccanti usati per il controllo della pressione e agli alfa-bloccanti usati nell’ipertrofia prostatica.

Per un assorbimento ottimale farmaci ed integratori di ferro andrebbero assunti a digiuno, ma talvolta onde evitare la loro azione gastrolesiva viene adottata l’assunzione dopo il pasto che comunque prevede un ridotto assorbimento.

Da tutti gli esempi riportati si evince come non si debbano mai sottovalutare le possibili interazioni derivanti dall’assunzione concomitante di farmaci e cibo.

Il consiglio è quello, nel dubbio, di richiedere sempre informazioni al proprio medico o al proprio farmacista.